Il mondo delle avventure punta e clicca ha vissuto il suo periodo d'oro negli ormai lontani anni '90. In realtà dobbiamo a LucasArts la nascita del motore SCUMM nato esclusivamente per la scrittura delle avventure grafiche, e precisamente per Maniac Mansion nel lontano 1987 e poi utilizzato fino quasi alla fine del decennio successivo. In mezzo un'evoluzione esponenziale che ci ha regalato tantissimi capolavori, prevalentemente con l'ottimo Zak McKracken and the Alien Mindbenders e poi con i vari Monkey Island partendo da un paradigma verbo-oggetto e puntando verso una sempre maggiore semplificazione fino a The Dig del 1995 che già si avvicinava alla gestione punta e clicca delle avventure più moderne.
Neanche volendo potremmo ripercorrere la storia delle avventure punta e clicca (magari in un prossimo speciale) che, passando da titoli storici ad altri meno blasonati hanno intrattenuto con storie avvincenti ed enigmi sempre più folli, milioni di appassionati nel corso del tempo. Un genere che comunque, pur rimanendo di nicchia, prova a ritornare in chiave moderna anche nei giorni nostri: ne sono testimonianza la versione remastered di Syberia, ma anche Simon the Sorcerer Origins, lo stesso Amerzone e così via mantenendo un comun denominatore necessario al successo di un'avventura e cioè il perfetto equilibrio tra enigmi e coerenza, un aspetto grafico imponente e una storia di base ben scritta ed avvincente.
L'arrivo di The Drifter è quindi una lieta sorpresa, anche perché inattesa, in quanto il nuovo gioco di Powerhoof soddisfa tutti i requisiti essenziali per la realizzazione di una buona avventura. E quindi lucidiamo il mouse e lanciamoci in questa nuova storia.
Protagonista del gioco è un senzatetto, Mick Carter che, vinto dalla vita, ha deciso di trascorrere il suo tempo vivendo alla giornata lontano dagli affetti familiari e dalla sua stessa città di origine. Mick è uno strano tipo, malinconico, poco curato con una scarsa attenzione per l'igiene personale da fare invidia a Trinità, ma al contempo profondo, vissuto, con un passato complicato che non l'ha mai abbandonato del tutto. Questa caratterizzazione, coadiuvata dalla splendida voce narrante del doppiaggio, ci riporta indietro nel tempo alle ambientazioni noir di tanti anni fa, quando giusto per fare un esempio, un enigmatico Humphrey Bogart accompagnava le proprie storie facendo da voce narrante e da protagonista.
Mick viene chiamato dalla sorella Annie per una tragica notizia: la morte della madre e quindi dovrà tornare suo malgrado nella vecchia città di appartenenza, andare a incontrare amici e parenti per un veloce scambio di condoglianze e poi fuggire immediatamente via per tornare nel suo nuovo limbo che ha costruito attorno a se. Non servono presentazioni, cutscenes, indicazioni per individuare subito il personaggio di Mick, vero e proprio punto di forza di tutta la produzione, ammantato di un mistero che pian piano durante l'avventura ci rivelerà la vera natura di colui che per scelte sbagliate sue o di altri è fuggito dalla società, dagli affetti e dalla sua stessa casa.


La nostra storia inizia quindi su un vagone merci all'interno del quale il nostro viaggia "a scrocco" in compagnia di un taciturno e per niente amichevole "collega di marciapiede". Alla stazione di arrivo, però, Mick assiste all'uccisione dell'altro clochard per mano di una fantomatica e strana milizia. Una fuga rocambolesca per salvarci la buccia ci fa perdere ogni riferimento con il luogo dell'appuntamento con Annie, e quindi le fasi iniziali del gioco si concentreranno sul cercare di trovare la destinazione del nostro viaggio. Tra nuove conoscenze, telefoni scarichi, soldati che ci danno la caccia (siamo pur sempre dei testimoni oculari) e custodi scontrosi ci muoviamo da una locazione all'altra cercando, un po' come la vita di Mick, di risolvere un problema alla volta.
Nel contempo faremo la conoscenza di tanti nuovi personaggi, tutti secondari ma al contempo caratterizzati degnamente e ben calati nel contesto narrativo. Che si tratti della segretaria del quotidiano locale o del custode del cimitero oppure dell'amico Bill che incontreremo nel sottopassaggio, ognuno di loro lascerà comunque un segno durante il nostro percorso. Naturalmente, come buona narrazione impone, la trama si ingarbuglierà sempre di più trascinandoci in un mondo di complotti, sotterfugi, spie e tantissimo altro che lascia ben intendere che siamo finiti in un gioco molto più grande di noi.

Gli enigmi sono ben realizzati, ben calati nel contesto e quindi perfettamente deducibili e plausibili. Dovremo utilizzare determinati oggetti in certi punti, magari a volte combinandoli tra loro e soprattutto dovremo dialogare con tantissimi interlocutori attraverso il sistema delle domande multiple tra le quali scegliere per incanalare la nostra conversazione. La schermata degli indizi (in alto a sinistra) si aggiornerà invece man mano che ci saranno nuovi sviluppi, e potremo utilizzare gli stessi sia per chiedere informazioni ai nostri interlocutori ma anche come indicazione sulla prossima mossa da fare. Come il gioco stesso suggerisce, non è male ritornare a parlare con un tizio incontrato in precedenza magari per estorcergli nuove informazioni modificate dall'evoluzione stessa degli eventi.
The Drifter, comunque, procede in maniera abbastanza lineare: non ci sono finali multipli o evoluzioni delle trama di chissà quale portata, a parte un paio di volte in cui gli sviluppatori provano a mandarci un pochino fuori strada. Questo d'altro canto scongiura il rischio che possiamo bloccarci in un determinato punto, perché abbiamo dimenticato di parlare con una certa persona o di raccogliere un particolare oggetto. Non ci sono neanche aiuti, con buona pace di chi è abituato a ricorrere ai suggerimenti durante le avventure che invece dovrà trovare da solo il modo per andare avanti. In mezzo ci sono anche scene dove il nostro Mick incontrerà una morte atroce e, con un astuto sistema, tornerà subito in gioco pochi attimi prima del fattaccio: un modo intelligente per evitare di ricaricare il checkpoint precedente, ma anche di far tesoro dei nostri errori e quindi di cambiare il nostro stesso destino.


The Drifter poggia su un sistema di controllo eccellente, sia che si opti per l'uso del mouse (con qualche comando da tastiera) sia che si prediliga munirsi di un controller (nei test abbiamo utilizzato come al solito quello della Xbox Series X|S, perfettamente supportato). In questo caso la levetta destra ci permette di guardarci attorno e il grilletto posteriore RT interagisce. LB invece equipaggia un oggetto usandolo poi con il solito tasto di interazione. Un sistema molto semplice e intuitivo insomma che non è per niente scontato in un'avventura grafica e per il quale va il nostro plauso agli sviluppatori.
Con il mouse, invece, è tutto ancora più agile con i vari menu posizionati (a scomparsa) nella parte alta dello schermo. L'icona del puntatore cambia forma sui punti di interesse e questo permette anche di sopperire a una delle problematiche che di tanto in tanto affliggono la pixel art e cioè il "pixel hunting" vale a dire oggetti importanti non visibili sullo scenario. Buona parte del merito va al PowerQuest, un toolkit che si appoggia al motore Unity esclusivamente per le avventure grafiche, creato proprio dagli sviluppatori di The Drifter e messo gratuitamente a disposizione della collettività: un sistema che permette di creare avventure con un approccio quasi esclusivamente "visuale". Speriamo che altri sviluppatori vogliano cimentarvisi per regalarci tantissime avventure nei prossimi mesi.

Il comparto grafico di The Drifter si basa esclusivamente sulla pixel art. L'alto indice qualitativo emerge dall'equilibrio che si raggiunge nei dettagli dei vari oggetti e nella scelta leggermente desaturata dei colori che conferisce un aspetto maliconico/noir alle varie ambientazioni squisitamente disegnate a mano. L'aria di decadenza dei vari ambienti, la collocazione dei vari personaggi, l'atmosfera cupa e triste del gioco emergono in ogni singola locazione.
La sensazione è quella di giocare ad uno dei vecchi capolavori di tantissimo tempo fa (Zak McKraken soprattutto), però, rivisitati in chiave moderna con un completo adattamento ai giorni nostri passando cioè per animazioni fluide e veloci e per sapienti giochi di luci ed ombre. Come se non bastasse anche il comparto sonoro fa la sua parte: ottimo il doppiaggio in lingua inglese (tutto sottotitolato senza strafalcioni in italiano) con la voce di Adrian Vaughan che si occupa di Mick Carter che si mostra profonda, tormentata e quindi estremamente credibile. Non potevano mancare poi le musiche elettroniche di Mitchell Pasmans e Louis Meyer perfettamente calate nel contesto narrativo. Il tutto per un'avventura che ci terrà impegnati per circa 8-9 ore (che non sono poche) e che denota un'ottima evoluzione narrativa (salvo qualche piccolo calo nella seconda parte) in grado di incollarci allo schermo dall'inizio alla fine. Una volta conosciuto Mick vorrete seguirlo fino alla fine e quindi The Drifter merita assolutamente tutta la vostra attenzione.
Modus Operandi:
abbiamo seguito le avventure di Mick grazie a un codice fornitoci da Strange Signals.
